Archivio per aprile 2013
Artropode (veloce) della sera: Clerus mutillarius
Oggi la mamma mi prende e mi dice, a bruciapelo, “qua c’è un insetto brutto che ho trovato, prova a capire cosa sia”.
L’immagine arriva dai file Commons di wikipedia: è migliore di qualsiasi cosa avessi potuto scattare io…
Ok, e allora identifichiamolo… Allora, elitre? Sì, indubbiamente. Portamento? La butto lì, ma mi pare un predatore… Colori? Carino, è variegato. Meno di 2cm di lunghezza.
Pronoto stretto (lì, dove si restringe), 5 tarsomeri nelle zampe posteriori (fidatevi, ci sono)… Sarà mica un coleottero Cleridae?
Il Chinery non approfondisce, passiamo ad altre fonti informative. Clerus (il genere più comune, da cui solitamente l’ordine prende nome) mutillarius, eccolo qua!
Altre informazioni? … Sì, è un predatore, utile soprattutto contro gli insetti xilofagi (che cioè si cibano di legno; parrebbe che se ne possa mangiare anche più di 150 nel corso della vita).
Mi sta simpatico!
Artropode del giorno: la varroa
Varroa destructor. Acaro parassita tra i più rilevanti, al momento, nel settore agricolo: è infatti il principale responsabile della generale moria di api in Europa.
Sì, avete capito bene, sto dando a lui la maggior responsabilità piuttosto che ai neonicotinoidi, dei quali peraltro non nego la pericolosità (per questi è stato riconosciuto infatti che causavano gravi danni alle colonie di api nei pressi dei campi trattati); l’acaro infatti è in grado, anche nel caso in cui non provochi la morte della colonia di api, di causare l’indebolimento generale di tutte le api che ne fanno parte (e quindi molto spesso è una concausa).
Comunque, inquadriamolo tassonomicamente: aracnide gamaside della famiglia Varroidae e… qualcuno potrebbe aggiornare la checklist della fauna italiana, mi dice ancora che in Italia è presente solo Varroa jacobsoni, un acaro simile ma relativamente innocuo, a differenza del nostro amichetto destructor… Vabbè, passiamo oltre. Arriva dall’estremo oriente, dove normalmente parassitizza Apis cerana (l’ape orientale) che, pertanto, ha sviluppato una serie di meccanismi fisiologici e comportamenti atti a ridurne i danni; Apis mellifera è invece del tutto impreparata, e le conseguenze sono deleterie (come sempre quando vengono introdotte nuove specie nell’ecosistema).
Non si può riprodurre al di fuori degli alveari (benchè possa esser reperito su altri insetti), in quanto le generazioni seguono precisamente l’andamento demografico all’interno dello stesso, con varroe che infestano le celle (soprattutto dei fuchi) prima che vengano chiuse e vi si riproducono. Ad ogni generazione delle api corrisponde un raddoppiarsi del numero di acari all’interno dell’alveare, pertanto la popolazione incrementa in maniera esponenziale finchè, in autunno, quando non ci sono più celle contenenti fuchi… Ah, ovviamente dopo essersi sviluppati a spese delle larve (che daranno conseguentemente origine ad adulti gracili e deformi) gli acari passano sugli adulti, succhiandone l’emolinfa e trasmettendo virosi.
E’ impossibile, letteralmente, liberarsene, anche per il fenomeno di reinfestazione di deriva (anche “ripulendo” l’alveare le api devono bottinare e sui fiori possono esser presenti acari; oppure avviene un saccheggio di/da un alveare infetto; oppure…) pertanto la varroa è endemica ovunque fuorchè in Australia e Madagascar, e dobbiamo tenercela. Sono allo studio rimedi contenitivi, principalmente a base di trattamenti ad acido ossalico o simili, o piretroidi, o anche trattamenti termici (sia ad alte che a basse temperature), e anche ricerche su ceppi di api maggiormente resistenti (alcune api russe, le api nere siciliane…). Assistevo l’altro giorno alla discussione di una tesi incentrata sulla vaporizzazione a caldo di acido ossalico nel periodo invernale dopo pre-riscaldamento, metodo con buona efficienza se paragonato a prodotti chimici di sintesi (che sarebbe meglio non usare, in quanto lasciano residui nei prodotti dell’apicoltura, primo fra tutti il miele, causando una grave perdita di qualità).
Poveri apicoltori, il cui lavoro richiede sempre maggiori attenzioni…
Uccello del giorno: il merlo acquaiolo
L’articolo di oggi è su un uccello, dato che recentemente ho fatto amicizia con una soave fanciulla che, pur essendo mia fan, mi ha detto di provare disgusto per ogni genere di artropode. Che dire, devo in qualche modo andare incontro alle esigenze delle mie lettrici! 😉
Il merlo acquaiolo, Cinclus cinclus, è un uccello abbastanza piccolo e compatto fortemente legato ai corsi d’acqua a regime torrentizio. Cominciamo dalla descrizione: poco meno di 20cm di lunghezza (una spanna) per 60-65 g di peso, ali e coda corte rispetto al corpo, petto bianco (tratto distintivo che ne rende semplice l’identificazione), ventre bruno e resto del piumaggio scuro, tendente al nero, per entrambi i sessi (gli immaturi sono più chiari e picchiettati). La colorazione indica già quale sia l’habitat: chiara nella parte del corpo esposta verso il fondale e scura verso la superficie, è una forma di mimetismo criptico diffusa nelle specie acquatiche del mondo, che siano pesci d’acqua dolce, squali, pinguini, … (animali posti più in basso vedranno la parte chiara, che si mimetizza con la luce, e viceversa dall’alto si vede la parte scura, che si confonde con il fondale).
Dicevo, fortemente associato ai torrenti: questo uccello rimane tutto l’anno nei pressi del corso d’acqua su cui nidifica, al più spostandosi lungo di esso per trovare zone non ghiacciate durante l’inverno. Necessita ovviamente di acque trasparenti, dato per si procaccia il cibo sul fondale del torrente, raggiungendolo anche a nuoto: larve, insetti, crostacei. E’ diffuso in gran parte dell’Europa, in alcune zone del Medio Oriente e fino in Cina; in Italia lo si può trovare lungo le catene alpine e appenniniche e anche in Sicilia, nei pressi dei torrenti compresi tra 300 e 2000 metri di altezza. Il richiamo è breve e “grattato”.
Il nido è costruito con muschio, foglie e altro materiale vegetale al di sopra dell’acqua, anche sotto ponti o rocce: è voluminoso e di forma sferica con apertura laterale, e dentro di esso la merla depone 2-3 volte all’anno 3-7 uova, da cui sgusciano i pulcini dopo 14 giorni e, dopo altre 3 settimane, gli immaturi affrontano il mondo esterno e chi sopravvive si cerca un’altra ansa del torrente, oppure un affluente.
Artropode del giorno: pesciolino d’argento
Esapodi apterigoti dell’ordine dei tisanuri; questa breve introduzione significa che questi artropodi sono insetti tra i più primitivi, privi di ali in quanto, nel corso dell’evoluzione, non le hanno mai acquisite (altri insetti le hanno acquisite e poi perse). Altre caratteristiche morfologiche sono le mobili antenne filiformi e i tre cerci al termine dell’addome
Il tisanuro più conosciuto è Lepisma saccharina (nome che le è stato dato per la passione che mostra nei confronti del comune zucchero, o saccarosio appunto). E’ un insetto sinantropico (vive cioè negli ambienti umani) ed ha l’aspetto di una fluida goccia argentata (l’esemplare adulto è di colore scuro ma ricoperto di fini scaglie argentee, che si sfaldano nel caso l’insetto debba sgusciar via dalla presa di un predatore) lunga circa un centimetro, che corre sui muri e sui pavimenti, evitando la luce per quanto possibile.
E’ un insetto fin troppo longevo per i miei gusti (fino a 8 anni!); sì, è uno di quegli insetti che inserisco nella categoria “molesti” senza possibilità di appello, più per le sue abitudini alimentari che non per l’aspetto. L. saccharina infatti apprezza ogni genere di polisaccaride, compresi quelli contenuti in molti adesivi, ma non disdegna squame di pelle o qualsiasi genere di fibra vegetale… come quelle che compongono le pagine dei libri. Questo insetto è un dannatissimo mangialibri!
Facciamo un passettino indietro, parliamo delle condizioni ambientali ottimali per il suo sviluppo: temperature medio-alte (da 20°C a 30°C) e umidità alta. Sempre meglio, ho appena descritto il bagno di una qualsiasi abitazione! Non avrà certo difficoltà a prosperare, con tutti i tessuti organici morti presenti… E non solo il bagno, anche i libri favoriscono un microclima umido, dato che le pagine trattengono facilmente l’umidità. Ok, sappiamo dove trovarlo e perchè, magari ora è il caso di passare a come disfarsene…
Predatori naturali: scutigere coleoptrate, per esempio, oppure anche forficula auricularia (quando non insidia le pesche…), o magari anche qualche ragno come lo Zoropsis; come a dire, per molte persone (diciamo anche tutte) il rimedio non è molto meglio del male. Condizioni ambientali sfavorevoli? Certo, a basse temperature l’insettino non si riproduce, ma ci state a vivere in una ghiacciaia? Rimuovere l’umidità (indispensabile per loro), la polvere e chiudere le fessure (dove la femmina può deporre) è già molto meglio; e se volete repellerli via, non sopportano molti oli aromatici. Per esempio, se mettete qualche foglia di alloro tra i libri, ecco che questi saranno al sicuro; oppure qualche goccia di olio essenziale di lavanda, o di menta, negli angoli… Oppure, per tagliar corto, una miscela 1:1 di zucchero e borace: il primo li attira, il secondo li elimina.
